“La donna volubile” è testo non notissimo del più noto, invece, commediografo italiano: Carlo Goldoni. Fautore di una “riforma” della scrittura per la scena passata agli annali e alle antologie della letteratura italiana, Goldoni è colui che “raffredda” il ruolo delle maschere, istituzionalizza la “Commedia dell’Arte”, il “genere dei generi” del teatro, introduce il ceto mercantile, la fattiva borghesia veneziana, fra i personaggi delle proprie commedie, trasforma Pantalone, Arlecchino, Brighella da maschere, sempre alla ricerca della propria felicità, in personaggi a tutto tondo, compiuti.
I nomi, nelle opere goldoniane, ricorrono con una certa frequenza: in questo caso Rosaura – nome della protagonista anche de “La vedova scaltra” – non sa decidersi fra Florindo, Lelio e un inopportuno mercante che proviene dalla montagna, il signor Anselmo. A tentare di sottrarre i due amorosi, anch’essi nomi ricorrenti, Florindo e Lelio – che nella nostra versione sono solo evocati – pensano la signora Eleonora e la signora Beatrice; a tergiversare, non decidersi, rimandare pensa appunto Rosaura, la “volubile” del titolo; ma anche Anselmo ondeggia fra quest’ultima e la sorella di lei Diana, sorella minore. Intanto Brighella si destreggia fra le due cameriere Colombina e Corallina (non dimentichiamo che le cosiddette “servette” sono anch’esse maschere, precisamente maschere senza maschera), il Dottore (altra maschera, che nella nostra versione è una sorta di “Capitano” che parla uno spagnolo maccheronico) tenta di perorare la causa del figlio Florindo, che non vuol saperne, però, di quella “matta” di Rosaura, e Pantalone, poverino, deve moderare il tutto, mescolare a dovere e servire al pubblico con sapienza di mercante.
Abbiamo spostato l’azione in una sorta di “metà anni cinquanta” del Novecento, per farne una versione colorata, lasciando però la lingua di Goldoni, che al di là di tutto mantiene un proprio fascino, e ben si sposa con il periodo in cui idealmente l’abbiamo collocata. L’intervento più cospicuo da un punto di vista drammaturgico è stato operato sul finale: data l’inaccettabilità, oggi, dell’idea che Rosaura si martirizzi per la cronica indecisione o volubilità a cui è soggetta (come nell’originale), le nostre allieve attrici, in una sorta di parabasi, di schieramento conclusivo, finita idealmente la commedia, confessano al pubblico quanto il testo parli, per fortuna, di una situazione che oggi non è accettata (il matrimonio combinato, la “vendita” di Diana al signor Anselmo), ma accade in alcune parti del mondo, quando si neghi autodeterminazione a donne e ragazze.
Tuttavia, come ricordano le nostre allieve, Goldoni stesso seppe ritrarre il più grande personaggio della propria produzione nella figura di un’imprenditrice ante litteram, che si permette di strapazzare uomini creduloni e gran parassiti: Mirandolina, de “La locandiera”, che decide per sé e vanta di rimanere in vita grazie al proprio fare da donna libera e indipendente.
Rosaura ne è agli antipodi, forse per la giovane età – quasi età dei giochi e da disegnetti sui diari (quando non erano elettronici) – ma la lezione, per noi, non si prende attraverso una triplice delusione d’amore, ma attraverso un percorso di crescita, che Goldoni non contempla e che invece noi vogliamo concedere anche al più capriccioso dei personaggi della sua produzione.

Lo spettacolo “La donna … volubile?” è andato in scena il 10 e 11 settembre presso l’ex Oratorio di Santa Croce/Cesina delle Barbare, in veste di saggio conclusivo del Corso Superiore di Formazione Teatrale per Adolescenti, A.A. 2023/2024 con il coordinamento registico di Andrea de Manincor